Asportazione rene conseguenze: se il rene rimasto funziona bene, si può vivere normalmente.
I rischi connessi all’operazione per il donatore di rene sono modesti e simili a quelli di un qualsiasi intervento chirurgico in una persona sana.
Una selezione scrupolosa del donatore consente che anche i rischi a lungo termine siano esigui. I donatori presentano una sopravvivenza comparabile, se non migliore, a quella della popolazione generale.
Il calo della funzione renale può essere, in rari casi, secondario alla comparsa di obesità o di malattia renale familiare silente.
Asportazione rene conseguenze: controlli annuali
Il donatore, in seguito alla nefrectomia, verrà seguito con controlli annuali con:
- visite ambulatoriali;
- esami bioumorali (creatininemia, uricemia, clearance della creatinina, esame urine, proteinuria 24 ore);
- esami strumentali (ecografia renale).
Asportazione rene conseguenze: norme da seguire
Al donatore, inoltre, viene consigliato di seguire alcune norme per ridurre il rischio di sviluppo di malattie renali e cardiovascolari:
- dieta normo/iposodica e ipocolesterolemica;
- adeguata idratazione;
- moderata attività fisica;
- evitare il fumo;
- moderata assunzione di alcol;
- monitoraggio domiciliare dei valori pressori.
Asportazione rene conseguenze: A.N.T.O. Brescia
Informazioni rilasciate dall’A.N.T.O. (Associazione Nazionale Trapiantati Organi) di Brescia:
Dopo la donazione non sono state evidenziate limitazioni riguardanti l’attività lavorativa o fisica, la vita di relazione o di coppia. La qualità di vita dei donatori è superiore o, di certo, non inferiore a quella della popolazione generale, trovandosi essi in condizioni fisiche e mentali ottimali.
Chi dona un rene può avere due tipi di problemi:
- quelli derivanti dall’intervento chirurgico di prelievo;
- quelli derivanti dal dover vivere per tutto il resto della vita con un rene solo.
1. Chi accetta di donare un rene, ma anche chi accetta di riceverlo, deve sapere che l’intervento chirurgico per il prelievo del rene è molto più sicuro che in passato, tuttavia ancora non completamente esente da possibili complicanze. Secondo i dati del registro statunitense dell’UNOS (riferiti a 10.828 interventi eseguiti tra il 1999 ed il 2001), la mortalità perioperatoria dopo prelievo di rene è molto bassa, pari a 0,03% (3 decessi ogni 10.000 interventi). Le complicanze più frequenti possono essere: necessità di reintervento 0,4%: pneumotorace 0,09%; sanguinamento 0,25%; rabdomiolisi 0,12%.
Si tratta di incidenze molto basse, perfino inferiori a quelle osservate dopo molti dei più comuni interventi chirurgici. Inoltre, negli ultimi 5 anni, le tecniche di prelievo si sono ulteriormente affinate. Ed è quindi probabile che le stime sopra riportate siano superiori a quelle reali.
2. Un altro aspetto molto importante, che per molti anni ha frenato il nefrologo nel consigliare un trapianto da vivente, è dato dal fatto che il donatore dovrà vivere con un solo rene per il resto della propria vita. Il dubbio di molti nefrologi riguardava la possibilità che la condizione di rene unico potesse causare, nel corso degli anni, un aumento della pressione arteriosa, una insufficienza renale cronica ed un aumento della proteinuria, in altre parole che potesse essere dannosa per il donatore.
Oggi possiamo dare una risposta a questo importante timore. La quasi totalità delle casistiche internazionali sono concordi nel sostenere che la presenza di un solo rene non aumenta la probabilità di malattia nel donatore. Un autore americano, ha recentemente pubblicato uno studio riguardante il decorso di 198 donatori di reni seguiti per 20-29 anni. Di questi, il 36% ha sviluppato ipertensione arteriosa e l’11% lieve proteinuria (proteina nelle urine), ma la funzione renale media è sempre rimasta nella norma.
Una recente esperienza egiziana ha documentato in 339 donatori di rene, osservati per una media di 10 anni, la comparsa di insufficienza renale cronica di medio grado nello 0,9% dei donatori, di proteinuria lieve (>0,3 gr/die) nel 1,5% dei donatori e di ipertensione arteriosa nel 22,1% dei pazienti. Queste incidenze risultano pari, se non inferiori, a quelle osservate nella popolazione generale.
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