Trapianto di fegatoIl trapianto di fegato è un intervento che si esegue per sostituire un fegato malato con uno sano. A volte, il fegato rimosso può essere sostituito da una porzione di fegato sano, che, una volta trapiantata, crescerà fino a raggiungere dimensioni normali.
Generalmente, il donatore è una persona deceduta, ma sta divenendo sempre più comune il trasferimento da una persona vivente, come un familiare, che donerà una parte del suo organo.

Il trapianto di fegato è necessario per i pazienti che sono in pericolo di vita a causa di patologie di questo organo che non sono ulteriormente trattabili con terapia medica.


La malattia più comune che può determinare questa necessità è la cirrosi, ovvero la trasformazione strutturale del fegato conseguente alla morte degli epatociti, le cellule del fegato. La cirrosi causata da epatite C è l’indicazione più comune al trapianto di fegato.

Altre condizioni che possono richiedere il trapianto del fegato sono:

  • il cancro primario o primitivo del fegato, quando questo è limitato al fegato stesso e non è trattabile con altre metodiche;
  • la cirrosi determinata da abuso di alcol;
  • le malattie dei dotti biliari, che possono causare insufficienza epatica se vi è un ritorno della bile nel fegato, che determinano la cirrosi;
  • alcune malattie ereditarie, come il Morbo di Wilson, in cui pericolosi livelli di rame si accumulano nel corpo, e l’emocromatosi, quando il fegato è sopraffatto da ferro e anche in questo caso si ha un grave danno epatico.

Trapianto di fegato: persone idonee

Essendo il numero delle persone bisognose di trapianto maggiore di quello dei donatori, i criteri medici utilizzati nella scelta sono estremamente rigorosi e prevedono l’esame della funzionalità di organi e apparati vitali quali quello cardio-circolatorio, polmonare, neurologico, per evitare la presenza di altre gravi patologie. In seguito all’accertata idoneità, il paziente viene inserito in una lista di attesa, che segue criteri di priorità in base allo stato di malattia dei pazienti, assegnando la precedenza a quelli che evidenziano una maggiore gravità.

Trapianto di fegato: donatori

I fattori principali per determinare se un fegato donato può essere compatibile per il paziente sono il tipo di gruppo sanguigno e le dimensioni corporee.
Il prelievo da cadavere avviene solo dopo la dichiarazione di avvenuta morte cerebrale della persona, previo consenso da parte dei familiari. Legalmente, le persone che possono dare il consenso alla donazione degli organi sono il coniuge (o il convivente mere uxorio), i figli maggiorenni (in mancanza della prima figura), i genitori o, in assenza, il rappresentante legale. Per i pazienti minorenni è necessario avere il consenso di entrambi i genitori.

Il donatore vivente può donare una parte del suo fegato: un’operazione possibile, essendo il fegato l’unico organo con capacità rigenerative. Nel giro di poche settimane, ricresceranno sia la parte donata che la parte restante nel donatore. Per legge (per scongiurare rischi di commercio estremo), i donatori viventi possono essere solo coniugi o consanguinei.

Trapianto di fegato: intervento

Pompili-Mirante-Rapaccini-Gasbarrini (annali italiani di medicina interna):

L’intervento chirurgico richiede tra le 6 e le 12 ore. Il tempo di degenza è di massimo 3 settimane.

Il primo atto operatorio è il prelievo del fegato dal donatore con morte cerebrale accertata e con “cuore battente”.
L’epatectomia può essere eseguita con due tecniche differenti: la prima prevede l’isolamento dei vasi dell’ilo prima della perfusione del fegato con soluzione Wisconsin, la seconda, ormai predominante, prevede prima la perfusione dell’organo con soluzione Wisconsin e successivamente la dissezione dei vasi dell’ilo epatico.


Dopo la perfusione inizia il periodo di ischemia fredda, corrispondente al tempo intercorso tra l’espianto del fegato e il suo impianto nell’addome del ricevente, durante il quale l’organo è mantenuto a 4°C. Trasferito nel centro trapianto, il fegato viene impiantato nell’addome del ricevente e la fase di ischemia calda è corrispondente al tempo che intercorre tra l’impianto dell’organo e la sua riperfusione tramite il circolo portale.

A oggi esistono due tecniche di trapianto.
La prima, detta “classica”, consiste nel clampare la vena cava inferiore sovraepatica e sottoepatica, con resezione del tratto di cava compreso tra i due clampaggi, ed inizio di circolazione extracorporea mediante bypass tra vena porta-vena femorale e ascellare sinistra; le anastomosi vascolari termino-terminali sono effettuate nel seguente ordine: anastomosi (sutura) cava-cava sovraepatica e sottoepatica, anastomosi portale e anastomosi arteriosa.

La seconda tecnica, che permette di fare a meno della circolazione extracorporea preservando il flusso nella vena cava, è detta “piggy-back” e consiste nel conservare la cava del ricevente, con successiva anastomosi tra vene sovraepatiche del donatore e vena cava del ricevente; le restanti anastomosi vengono eseguite come nella tecnica classica. Al termine dell’intervento viene confezionata l’anastomosi biliare che può essere coledoco-coledocica termino-terminale con posizionamento di tubo di Kehr (da togliere nelle settimane successive) o coledoco-digiunale, su ansa esclusa alla Roux (molto frequente nei bambini già sottoposti a intervento di epatico-digiunostomia secondo Kasai per atresia delle vie biliari).

Per sopperire alla carenza di donatori negli anni sono state elaborate due tecniche per aumentare il pool di organi disponibili. La prima è quella del cosiddetto fegatoridotto”, utilizzato principalmente in pazienti pediatrici: si ottiene con chirurgia di banco un emifegato da trapiantare nel ridotto spazio a disposizione senza utilizzare il rimanente parenchima. L’introduzione della seconda tecnica ha consentito un notevole progresso in relazione al favorevole impatto sui tempi d’attesa sia per i pazienti adulti che per i pediatrici. Si tratta della tecnica “split”, in base alla quale da un fegato da cadavere (con chirurgia di banco o addirittura già nel corso dell’intervento sul donatore) si ottengono un emifegato sinistro costituto dai segmenti II e III (da trapiantare in riceventi pediatrici) ed un emifegato destro (da trapiantare in riceventi adulti).

Trapianto di fegato: dopo il trapianto

Dopo il trapianto è necessario trascorrere un periodo in terapia intensiva per monitorare tutte le funzioni vitali, sia per verificare il buon esito dell’intervento chirurgico, sia per controllare la risposta e gli effetti collaterali dei farmaci immunosoppressori, necessari per mantenere la compatibilità tra organo donato ed organismo ricevente. Il decorso post-operatorio del trapianto è nettamente migliorato dopo l’avvento dei farmaci immunosoppressori, in particolare la ciclosporina.

Trapianto di fegato: complicanze

Le complicanze che possono insorgere dopo il trapianto possono essere precoci o tardive e possono derivare dalla tecnica chirurgica, dall’inadeguatezza dell’organo trapiantato, dall’inefficacia della terapia immunosoppressiva, o dalla recidiva della malattia di base. Alcune di queste complicanze sono trattate efficacemente con l’aggiustamento della terapia medica, altre richiedono la correzione chirurgica, altre ancora necessitano del ritrapianto, talvolta in tempi brevissimi.

I maggiori rischi cui si può andare incontro dopo un trapianto di fegato sono il rigetto e le infezioni.

Nel primo caso, l’organo trapiantato viene percepito come “estraneo” e viene attaccato dal sistema immunitario come fosse un virus. Per prevenire il rigetto si fa uso di farmaci immunosoppressivi.

Il rischio di infezioni è dato soprattutto dalle terapie farmacologiche anti rigetto, che indeboliscono il sistema immunitario.

Dopo il primo anno, i rischi diminuiscono notevolmente.

Trapianto di fegato: effetti collaterali

I farmaci utilizzati per prevenire o trattare il rigetto possono provocare alcuni effetti collaterali quali ritenzione dei liquidi, aumento della pressione sanguigna, mal di testa, nausea e diabete. Il trattamento varierà in base alla gravità dei sintomi, alle condizioni mediche e ai pazienti.

Trapianto di fegato: qualità della vita

Quasi tutti i pazienti tornano a condurre una vita normale dopo 6-12 mesi dall’intervento. E’ comunque fondamentale mantenere un sano stile di vita attraverso una dieta equilibrata, attività fisica e l’assunzione regolare dei farmaci prescritti.

Il 75% dei pazienti gode di buona salute a distanza di 5 anni dall’intervento. I dati sono ancor più positivi per i pazienti che hanno ricevuto un trapianto da donatore vivente.


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